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| 06.09.2010 | |
Qual è il contributo aggiuntivo della sindrome metabolica al rischio di mortalità cardiovascolare nel diabetico e nel non diabetico?
Paolo Fornengo, Federica Monasterolo, Francesco Panero
Dipartimento di Medicina Interna, Università di Torino, Medicina Generale 3, ASO “S. Giovanni Battista” – Molinette di Torino
La necessità di giustificare gli eventi non prevedibili grazie ai noti fattori di rischio ha condotto alla ricerca di nuovi “marcatori”: tra questi la sindrome metabolica è stata proposta quale entità in grado di conferire un rischio cardiovascolare superiore alla somma delle singole componenti e, per questo, meritevole di ricerca e diagnosi. La prevalenza di malattie cardiovascolari, in particolare cardiopatia ischemica, nei non diabetici, risulta significativamente più alta nei soggetti con sindrome metabolica rispetto ai soggetti senza sindrome metabolica. Mentre negli studi epidemiologici condotti su popolazioni giovani-adulte, in genere si trova una prevalenza di sindrome metabolica più elevata negli uomini rispetto alle donne, negli anziani al contrario la prevalenza risulta più elevata nel sesso femminile. Gli uomini con sindrome metabolica hanno, infatti, un rischio di mortalità cardiovascolare significativamente aumentato. La sindrome metabolica sembrerebbe un predittore di mortalità totale e cardiovascolare, ma gli studi sono molto eterogenei. Numerose metanalisi hanno valutato il reale ruolo predittivo della sindrome metabolica sul rischio di mortalità cardiovascolare nei non diabetici: i dati a nostra disposizione suggeriscono che il contributo aggiuntivo della sindrome metabolica sul rischio di mortalità cardiovascolare nel non diabetico è limitato. I soggetti affetti da diabete mellito mostrano un rischio cardiovascolare globale paragonabile a quello di individui con anamnesi positiva per infarto acuto del miocardio, arteriopatia obliterante periferica o ictus. La sindrome metabolica si è dimostrata un utile predittore di nuovi casi di diabete mellito ma, in termini di morbidità e mortalità cardiovascolare, le evidenze circa la sua maggior utilità rispetto alle singole componenti sono assai limitate e contrastanti anche nel diabetico.Molti soggetti diabetici, a prescindere dalla presenza della sindrome metabolica, ricadono nella stessa categoria di rischio cardiovascolare: la loro gestione e le misure terapeutiche da intraprendere sono, dunque, le medesime. Grandi trial di intervento sono auspicabili in tal senso. (Sindr Metab Mal Cardiovasc 3: 6, 2010). ©2010, Editrice Kurtis.
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